sabato 19 aprile 2014

Bahamuth

La notte stellata del deserto era fredda. Di giorno il sole ti cuoce il cervello, di notte il freddo ti spacca la pelle.
Tutti i giorni di tutti i tempi.
- Mettiti un po di grasso di cammello su quelle ferite, Amir. Disse Hamed al nipote che intirizziva sotto la coperta, accovacciato vicino al fuoco.
- Nonno, quante volte devo dirti che non serve a niente! Sono medico, lo sai, mi occorre solo riposo e un po di cicatrizzante, ma qui nel deserto non se ne trova!
- Fidati di me, fidati di Bahamuth! Metti il grasso e guarirai. Insistette il nonno senza guardare in faccia il nipote.
- Ma figurati. Mi verrà qualche infezione!
- Perchè ti comporti così? Eppure ti abbiamo sempre spiegato le cose, le tradizioni della nostra famiglia sono antiche. Perchè non credi? E mentre parlava un'ombra scura velava i suoi occhi. Era vecchio ed aveva sempre rispettato le tradizioni e si era sempre trovato bene. Perchè questo nipote, il suo preferito, si comportava come un miscredente?
- La nostra famiglia, la nostra famiglia, sempre la stessa storia - aggiunse il giovane stizzito - tradizioni! Ma ti rendi conto di quello che dici? Oggigiorno non vale più niente la tradizione. In chi dovrei credere, in Bahamuth? Ma per piacere! Si voltò dall'altra parte per non vedere le lacrime sugli occhi del vecchio. Sapeva di averlo offeso, ma lui era diverso, non credeva in tutte queste fantasticherie. Aveva studiato, lui.
- Uno di questi giorni Bahamuth verrà a trovarti e dovrai ricrederti. - Il tono era perentorio e non ammetteva replica. Il vecchio si girò di spalle e si mise a dormire.
La notte stellata avanzava e solo lo strisciare di un serpente sulla sabbia o la debole luce dell'est lasciava pensare alla sua fine. Poi un rumore lo destò.
- Chi é? C'è qualcuno? Disse il giovane alzandosi di scatto e afferrando il fucile da caccia preoccupato. - Vieni fuori, chiunque tu sia. - Disse alzando la voce per svegliare il nonno che però non sembrava accorgersi di niente.
- Metti via quell'arma, non serve.
La voce proveniva dalle sue spalle. Era forte e cavernosa, quasi irreale. Come se a pronunciarla non fossero state labbra umane ma le profondità del cielo.
- Ho detto di mettere giù quell'arma, non serve.
L'arma gli cadde dalle mani, senza che potesse far niente per trattenerla. Qualcosa più forte della sua volontà aveva loro comandato di aprirsi ed esse avevano ubbidito.
- Chi sei? E cosa vuoi da noi? Le parole tradivano la sua paura, o forse era il freddo. Le labbra tremavano. Gli occhi cercarono di mettere a fuoco un'immagine sfocata di fronte a lui ma senza riuscirci.
- Chi sono io? Chi sei tu per dubitare! - Le parole furono pronunciate con calma ma senza in alcun modo simulare la loro potenza. Erano parole potenti pronunciate da chi era abituato a far uso di tutta la sua forza. - Chi sei tu, piccolo uomo, per dire a tuo nonno in chi o in cosa deve o non deve credere?
- Ma...
- Zitto! - le labbra gli si chiusero come sigillate dalla colla - Non è ancora il tuo momento.
- Hamed, svegliati! - Disse ora con gentilezza - E' arrivato il tuo momento, andiamo.
Hamed si svegliò e lo guardò fisso, stupito ma felice.
- Bahamuth, sei tu?
- Si, andiamo. - Disse tendendogli la mano.
- Posso salutare il mio ragazzo? Vedo che è qui anche lui...
- Si, puoi. - Rispose Bahamuth.
- Addio figliolo. Decidi tu in cosa credere, decidi tu cosa fare da ora in poi, non ci sarò più io a farti da guida. Ma ricorda sempre che Dio creò la Terra per noi uomini. La poggiò sopra un Angelo e l'angelo su una montagna di rubino. Ma la montagna non aveva sostegno così creò un toro con quattromila occhi, nasi, bocche, lingue e zampe. Il toro non aveva sostegno così creò un pesce, chiamato Bahamuth. E il pesce lo mise nell'acqua e l'acqua nell'oscurità e così il mondo può continuare ad esistere per sempre.
- Nonno...
Il sole era alto in cielo quando Amir si destò.
Si alzò, si spalmò il grasso di cammello sulle ferite e cominciò a scavare una fossa nella sabbia del deserto, dove avrebbe deposto suo nonno...
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 18 aprile 2014

Sleipnir

- Sleipnir. Vieni qui, di corsa!

La voce del Dio era potente e cavernosa. Quasi niente aveva di umano. Anzi, niente. Quando chiamava Sleipnir era possibile sentirlo dalla terra, come il rombo di tuono che preannuncia il temporale.
Sleipnir accorreva di corsa, e con i suoi otto zoccoli possenti sollevava scintille infuocate che finivano sulla terra sotto forma di fulmini. Tutti gli esseri si rintanavano nei loro ripari, temendo la collera del Dio.
Odino saltava in sella, scrollandosi di dosso la polvere che ricopriva i suoi abiti prima di partire al galoppo e la polvere cadeva sulla terra con sembianze di grandine.

- Andiamo Sleipnir, al galoppo!

Il cavallo, se cavallo si può chiamare un essere al servizio di un Dio, con otto zampe sotto i possenti garretti, partiva al galoppo obbediente agli ordini del padrone. Sudava bianca schiuma, che appariva sul mare Oceano, sotto forma di spuma leggiadra nei giorni di temporale.

Odino si muoveva nel vasto cielo, che a malapena lo conteneva. Veloce più del vento, potente più del tuono, caldo più del sole, governava l'universo affiancato dal suo cavallo Sleipnir.
Il suo pelo folto e grigio, lungo più della chioma delle amazzoni, ondeggiava leggero al vento di primavera.

Sleipnir correva veloce, per aria e per terra e i suoi occhi fiammeggianti aprivano le porte degli inferi.
Odino era il solo a cavalcarlo.

Tutto ciò andò avanti per millenni poi un giorno l'uomo dimenticò tutto. Costruiì macchine volanti, imitò il rombo del cielo. Cacciò Sleipnir e il suo padrone negli inferi dell'oblio.

Ma un giorno Sleipnir tornerà a cavalcare, col suo cavaliere tonante, per terra e per aria e il suo padrone prenderà la sua rivincita sull'uomo ribelle.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 17 aprile 2014

Anfesibena

Vivo!

Era vivo, senza sapere perché, senza conoscere il significato della parola. Anche perché i serpenti non parlano. Ma l'essere appena nato non sapeva cosa fosse.

Non sapeva neanche di essere vivo se non fosse perché fino ad un istante prima semplicemente non esisteva.

- Che strana sensazione! Pensò.

Tutto era nuovo e bello, anche se il sentirsi vivo significava soffrire.

Non si trovava a proprio agio con il suo corpo, non lo conosceva. Non sapeva come usarlo, non sapeva a cosa servisse un corpo coì lungo, una pelle così squamosa. Non riusciva a capire perché esisteva, dove si trovava, cosa doveva fare. Sentiva solo una strana sensazione, qualcosa che veniva dal centro del suo corpo. Fame!

Ecco, la sensazione divenne qualcosa di più definito. Era fame. Non mangiava da quando? Forse non aveva mai mangiato prima. Cibo. Dove trovare cibo? La domanda si formava chiaramente nella sua testa... teste! Ecco, andiamo di là... pensò ancora una volta. No, di la... c'è cibo, molto cibo. Lo sentiva da destra, lo sentiva da sinistra. A chi dar retta?

Il corpo sinuoso cominciò a muoversi strisciando sulla terra arida sotto di lui. Il segno del suo passaggio impresso nella polvere era ben evidente.

Il cibo era sempre più vicino e l'essere continuava ad avanzare velocemente, trascinato dal suo istinto di sopravvivenza. Lui non sapeva cosa fosse, ma il suo corpo voleva sopravvivere.

Era appena nato eppure era grande e forte. Sentiva i suoi muscoli tesi fino allo spasimo. Sentiva i suoi pensieri accumularsi alle estremità del suo corpo, vedeva tutto. Davanti e dietro, anche se tutto era molto confuso.

Ricordava... o forse pensava di ricordare qualcosa del suo passato, forse del passato di un altro essere, enorme, crudele, che gli aveva dato la vita.

Medusa si chiamava, ora era Anfesibena, ed era affamato.

Il cibo era sempre più vicino, ne percepiva la presenza attraverso particelle infinitesimali presenti nell'aria. Udiva anche il suo respiro, sempre più forte, sempre più vicino.

Avrebbe spalancato le sue bocche e ingoiato quell'essere intero, ancora pochi istanti e si sarebbe nutrito per la prima volta. L'unico della sua specie.

- Che bestia è mai questa?

Udì le parole distintamente nelle sue due teste, non ne capì il significato ma sentiva il senso di repulsione con cui erano state pronunciate. Sentiva la paura di chi le pronunciava, il ribrezzo. Poi più niente.

- Papà, guarda, un serpente con due teste! Il bambino mostrava orgoglioso la sua preda. Il serpente, con la schiena spezzata nel centro del suo corpo, pendeva, con le sue due teste esangui, dal lungo bastone.

Il bambino sorrideva soddisfatto, aveva catturato la sua prima preda, aveva ucciso per la prima volta!

- Che bella sensazione! Pensò...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

I custodi della storia (Capitolo VII) - Notte insonne

L'agenda cominciava con una data, il due marzo 1988, sei anni prima. In quell'anno io mi trovavo ancora in Sardegna – pensai – e non immaginavo neppure lontanamente come sarebbe stata la mia vita futura.
Cominciava con una nota isolata sulle notizie di un viaggio in terre sconosciute riportato in un testo ormai perduto di Filone di Biblo.
Claudio sembrava credere che alcuni frammenti di quel libro esistessero ancora. La sua convinzione derivava dal fatto che durante una visita ad uno dei soliti mercatini dell'usato aveva trovato un vecchio volume francese del 1836 della Revue des deux mondes in cui si parlava proprio di questo viaggio in un articolo dal titolo: Sulla scoperta d'un manoscritto contenente la traduzione di Sanchuniathon, di Filone di Biblos”.
Non avevo idea di chi fosse Sanchuniaton, nei libri non avevo mai incontrato questo nome a differenza di Filone di Biblo di cui ricordavo che era uno storico greco del primo secolo dopo Cristo ma niente più. Mi sarei informato con calma il giorno dopo presso la biblioteca dell'università.
Poi, di seguito vi era l'articolo tradotto dal francese, pagine fitte di parole, piene di cancellature, ripensamenti e correzioni, come di chi legge e traduce di getto.
Non era facile decifrare quella scrittura ma la curiosità era tanta e il sonno ormai era andato via del tutto. Mi avvicinai al camino per usufruire appieno della tenue luce del fuoco e cominciai a leggere con pazienza.
Se la storia antica, disse uno storico saggio ha subito una perdita sensibile ed in nessun modo recuperabile, è soprattutto a causa della scomparsa degli scritti che trattavano della costituzione delle imprese e delle opere dei Fenici. Tanto questo popolo ha influito sullo sviluppo dell'umanità per le sue invenzioni, per aver stabilito le sue numerose colonie e per il suo commercio immenso, che maggiormente si sente la mancanza che la perdita di questi scritti ha lasciato nei fasti del genere umano.
Tuttavia, malgrado questa assenza totale di documenti originali, il venerabile professore di Gottinga, non avendo come soccorso che pochi dati sparsi tra la Bibbia e gli autori greci e latini, ma guidato da quella coscienza intima che egli ha della vita dei popoli dell'antichità, è riuscito a farci conoscere la situazione politica, costituzione, le colonie fenicie e le rotte che seguiva nel suo immenso commercio, tanto per terra che per mare. Ma che talvolta si rammaricava, nel suo libro, di non avere sotto gli occhi le storie di Dius e di Menandro d'Efeso di cui Giuseppe Flavio ci ha conservato alcuni frammenti, e soprattutto la storia della Fenicia scritta da Sanchuniathon, di cui Eusebio, nella sua Preparazione evangelica, ha citato dei lunghi frammenti che, disgraziatamente, non contengono che la parte cosmogonica dell'opera.”
Mentre leggevo avevo sempre più la sensazione di essermi imbattuto in una storia lunga e complicata.
Claudio doveva avere una conoscenza dell'antichità enorme, cosa che io non avevo. Avrei impiegato anni per acquisire le nozioni utili alla comprensione di tutto i riferimenti presenti in quella sua agenda, ora mia. La cosa però mi dava soddisfazione. Provavo quasi la stessa sensazione che provai da bambino entrando in un nuraghe la prima volta. Le enormi pietre mi sormontavano quasi a volermi schiacciare ma io le sentivo amiche e protettrici. Così l'agenda mi travolgeva con le sue parole, ma io le sentivo stimolanti.
Sarebbe stata una impresa che avevo inconsciamente già deciso affrontare.
“Così egli ha dovuto apprendere con vivissima gioia, ma senza dubbio misto con qualche incertezza, la notizia annunciata da circa sei mesi dai giornali, che la traduzione greca di Sanchuniathon, a cura di Filone di Biblo, era stata ritrovata in un convento portoghese.”
Le parole “convento portoghese” erano evidenziate in giallo come se la cosa avesse grande importanza. Eppure non vi era nessuna nota che mi aiutasse a capire di che si trattasse o di quale fosse il convento. Forse il professore aveva in mente qualcosa che a lui era già noto e perciò non riteneva necessario approfondire ma semplicemente evidenziare la cosa. Ma io cosa potevo fare? Io non sapevo niente di conventi portoghesi! Mi fermai un attimo, posai l'agenda e cercai una matita nel cassetto dello scrittoio. Cominciai a prendere appunti anche io. Cominciai proprio con “cercare informazioni sui conventi portoghesi”. Avrei iniziato una mia agenda parallela. Mi sarebbe stata utile pensai. E aggiunsi: “Cercare notizie su Sanchuniathon”. Quindi continuai a leggere.


La sua gioia e la sua incertezza, sono condivise da tutti gli amici dell'antichità, ma lo scoramento ha subito seguito la speranza quando si è visto che questo annuncio non fu seguito da alcun altro documento, sia sullo stato del manoscritto, sia sul contenuto, sia sul suo futuro editore. Questo terribile silenzio è stato rotto, infine, dalla pubblicazione di un volantino annunciato quale precursore del testo greco di Filone, e dal titolo: “Analisi della storia primitiva dei Fenici secondo Sanchuniathon, fatta sul manoscritto recentemente ritrovato della traduzione completa di Filone”; con delle osservazioni di Wagenfeld. Questo volantino apparso presso Hahn, ad Hannover, contiene inoltre un facsimile del manoscritto e un proemio del dottor G.F. Grotefend, direttore del Liceo di Hannover, conosciuto da lungo tempo nel mondo dei saggi per importanti lavori coi quali si è librato sulle iscrizioni di Persepoli e su quelle della Licia.

Altre cose da approfondire – pensai – e ricopiai i nomi di Wagenfeld e Grotefend, direttore del liceo di Hannover. Forse avrei potuto trovare qualche informazione anche su questi signori, soprattutto se avevano scritto qualcosa di importante.

Cosa dobbiamo pensare di questa pubblicazione? Dobbiamo guardarla come una mistificazione o come un documento serio? Il nome di Grotefend, se non se ne è abusato, come si è abusato questo inverno del nome di Herschell, non consente ancora di vedere in questa brochure l'opera di un falsario? La germania non è la classica terra di questo tipo di soperchierie di cui l'Italia ha dato così tanti funesti esempi. La buana fede, meglio, il candore germanico, non ammette ancora una tale supposizione.”

- Ecco! Ancora una volta emerge lo stereotipo dell'italiano imbroglione e falsario! Già tante volte ho sentito queste parole. Purtroppo anche all'università, dove si trovavano studenti di tutte le nazioni, la cosa era abbastanza risaputa. L'italiano medio era generalmente considerato un imbroglione, falsario e poco affidabile e il comportamento tenuto da certi miei colleghi di studi non faceva certo cambiare idea. Mi era capitato diverse volte di discutere con colleghi stranieri ma di solito mi ero dovuto ritirare di fronte ai troppi esempi concreti. Meglio proseguire nella lettura, pensai a voce alta mentre con gli occhi scorrevo voracemente le righe dell'agenda.

Il fac simile del manoscritto unito alla brochure, è realizzato con una scrittura molto antica, che mostra la mano non di un greco, ma di un uomo dell'occidente; un falsario non avrebbe scelto preferibilmente un carattere di questo genere che avrebbe potuto tradirlo. Dirò di più, un mistificatore il cui scopo sarebbe stato principalmente quello di ottenere una vendita a prezzo elevato, avrebbe cercato di comporre un libro più divertente, avrebbe messo più episodi romanzeschi; difficilmente si inventa la storia completa di un popolo come quello dei fenici, che, ad ogni passo è esposto a tradirci. Ora dobbiamo convenire seguendo l'analisi di Sanchuniathon, la semplicità e la verità della narrazione, le sue coincidenze con la Bibbia, la molteplicità di dettagli, la semplicità con cui i nomi propri si possono spiegare con l'ebraico, tutto sembra annunciare una composizione originale. Per finire, ma questo argomento lo introduco non senza qualche forzatura, l'autore, che fissa l'esistenza di Sanchunuathon al VI sec. A.C., non ha tralasciato di inserire nel suo libro la storia della fondazione di Cartagine e soprattutto il racconto dell'assedio di Tiro da parte di Nabuchodonosor, tanto che si ferma al nono secolo, limitandosi ad indicare gli storici che hanno raccontato gli avvenimenti posteriori. Non si può usare come argomento negativo l'epoca tardiva della scoperta, altrimenti si dovrebbe negare l'esistenza della Repubblica di Cicerone, delle Istituzioni di Gaio, della Cronaca di Eusebio, delle diverse opere di Lido e così via. Non si tratta, d'altronde, della prima menzione che si fa d'un manoscritto di Sanchuniaton. Beck in una nota sulla Biblioteca greca di Fabricius, afferma che esiste un frammento inedito di questo autore presso la biblioteca Medicea a Firenze; egli aggiunge che un terzo frammento è stato raccolto in oriente da Peiresc che lo ha portato a Roma an padre Kircher ma che quest'utimo si rifiutò di pubblicarlo. Infine Leon Allatius ha, se non mi inganno, detto di aver visto con i suoi propri occhi un manoscritto di Filone di Biblo in un monastero nei pressi di Roma.”

Aggiunsi queste informazioni sulla mia agenda, alla voce Sanchuniathon.

Non riuscivo a credere ai miei occhi, più leggevo e più cominciavo a capire l'importanza della scoperta del mio ex professore. In tutti questi anni aveva continuato a insegnare, studiare e viaggiare inseguendo le flebili tracce scoperte per caso in quello che si potrebbe definire un manoscritto ritrovato, anche se incompleto e magari falso. Eppure se Claudio aveva fatto tutto questo, qualcosa di vero doveva pur esserci! Mi segnai nell'agenda anche il nome di Sanchuniathon, non vedevo l'ora di saperne di più su questo storico del VI° secolo a.C.. E chissà chi era questo padre Kircher e Leon Allatius. Quante cose da approfondire mi attendevano. Ma ormai non avevo scelta. Era una sfida che avevo già accettato.

“Il solo argomento negativo che ha qualche senso è l'assenza di qualunque informazione precisa sul manoscritto che si pretende sia stato scoperto nella penisola spagnola. Ma se è vero, come si dice, che questo libro proviene da un convento portoghese che fu saccheggiato ai tempi della spedizione di don Pedro contro suo fratello, e che è stato portato in Germania da un ufficiale di Hannover, si può capire perché si esiti a citare i nomi propri. Opinioni molto differenti sono già state emesse su questa scoperta. Noi sappiamo, dall'Athenaeum del 25 luglio scorso, che il saggio Gesenius, il più celebre di tutti gli studiosi ebrei della germania, Gesenius, che ci promette la spiegazione prossima delle iscrizioni fenicie rispettate dal tempo, si è pronunciato in favore dell'autenticità del manoscritto del quale il signor Wagenfend ha appena pubblicato l'analisi. E' anche vero che secondo lo stesso giornale il signor Wilken, lo storico delle crociate, si è pronunciato in senso negativo, ma qualunque sia il rispetto che merita l'opinione del signor Wilken, in questa materia quella del signor Gesenius dovrebbe sorpassarla.

Ecco ancora un personaggio da approfondire, Gesenius, e da come se ne parlava doveva essere molto famoso, non sarebbe stato difficile trovarlo.

Noi dobbiamo aggiungere che, se dobbiamo credere all'articolo dell'Athenaeum, il signor Grotefend ha pubblicato la seguente nota sul libro del signor Wagenfeld: “Per prevenire l'intenzione laddove si potrebbe fare (...) di tradurre quest'opera in altre lingue”

Perché? Perché impedire la traduzione in altre lingue? Perché questo accanimento contro una possibile scoperta epocale? Si chiedeva il professore per poi riprendere immediatamente la traduzione. In effetti era uno strano comportamento ma era ancora presto per prendere posizione.

“io credo che sia mio dovere il dichiarare pubblicamente e senza perder tempo, che dopo le informazioni raccolte fino ad ora, io sono moralmente convinto che l'estratto di Sanchuniathon non è altro che un ingegnoso falso. E io faccio questa dichiarazione senza attendere alcuna ricerca che richiederebbe troppo tempo; perché, anche supponendo che alla fine il risultato dimostrasse che questa dichiarazione non sia fondata, la stessa sarà sufficiente sin da ora per impegnare il signor Wagenfeld a difendere il suo onore dando prova della sua onestà".

Ma, a primo acchito, questa nota difficilmente può essere opera del signor Grotefend.

Come! O egli è stato crudelmente falsificato, oppure si è slealmente abusato del suo nome ed egli si limita a qualificare l'opera come "ingegnosa finzione"; e questa dichiarazione per parte sua non ha altro scopo che di impedire la traduzione della brochure in altre lingue straniere! Ma, nell'uno o nell'altro caso, chi non avrebbe cominciato per schiacciare il falsario sotto il peso della giusta indignazione, senza preoccuparsi se delle traduzioni in altre lingue avrebbero potuto contribuire a propagare l'errore? Se la nota sull' Athenaeum è del signor Grotefend, potrebbe darsi che sia stata snaturata dal traduttore inglese, sia involontariamente, sia a causa di un interesse personale, queste erano le riflessioni che suggerivano all'autore di questo articolo una tale complicazione di incidenti e di dubbi, quando ha ricevuto la lettera seguente del signor Grotefend, al quale si era indirizzato per eliminare le proprie incertezze. (Hannover, 18.8.1836)

A questo punto la scrittura si faceva più fluente.

Era come se Claudio avesse ora una marcia in più nella traduzione, forse aveva trovato qualcuno che lo aiutava, magari uno studente come me che conosceva il francese. Purtroppo non c'era nessun riferimento in proposito. Comunque vi erano sempre meno cancellature e la traduzione era più chiara e anche i termini utilizzati erano più attinenti all'argomento di cui si parlava.

“Signore,

poco tempo dopo aver raccomandato ai saggi l'analisi della traduzione di Sanchuniathon a cura di Filone di Biblo, che si pretende aver scoperto recentemente, mi sono convinto che l'autore di questa analisi non è che un mistificatore e mi sono ritrovato nella necessità di esprimere pubblicamente i miei dubbi sulla autenticità della sua scoperta. E' vero che esistono tanti motivi a sostegno dell'autenticità dell'opera che gli uomini più attenti possono difficilmente trovare materia per dubitare. Ma come tutto ciò che è apparso su questo soggetto al pubblico dal signor Wagenfeld, un insigne mistificatore, e siccome nessuno fino ad ora ha potuto esaminare il manoscritto, si è autorizzati a dubitare della sua autenticità, se non del tutto, almeno su molti dettagli. Si è d'altronde ancor più lontani dall'attendersi una simile soperchieria da parte di un giovane uomo candidato in teologia e filosofia a Brema, che l'amore per la verità è il tratto caratteristico dei tedeschi. Ma purtroppo il signor Wagenfeld ha così poco amore per la verità che mi sono visto obbligato a rompere tutte le relazioni con lui. I dubbi che ho espresso sui giornali non avevano altro scopo che il metterlo con le spalle al muro, al fine di arrivare almeno a qualche certezza. Questo ha avuto come risultato di costringerlo a trattare con la libreria Schunemann, a Brema, per la stampa dell'originale greco. Ma disgraziatamente si dubita ugualmente dell'autenticità di questo originale. Ed anche ammettendo che questo testo greco abbia avuto per base un antico manoscritto non è possibile prendere per argento sonante ciò che viene da un uomo che, come il signor Wagenfeld, è noto che per il piacere di imbrogliare il pubblico, non teme di far ricorso all'impostura.
G.F.Grotefend.
Chissà cosa accadde tra Wagenfeld e Grotefend per giustificare parole così pesanti! Forse la mia curiosità sarebbe stata soddisfatta più avanti. Mi fermai un attimo e guardai il vecchio orologio appeso sul camino. Erano le tre e la mattina mi sarei dovuto alzare alle sette per andare al lavoro. Poi avevo lezione dalle undici e trenta alle quindici, quindi di nuovo in portineria fino alle venti. Era stata una giornata intensa ed eccitante, l'agenda aveva portato nella mia vita un pizzico di mistero, ma ora era arrivato il momento di riposare, avrei proseguito con calma il giorno dopo.
Alesssandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 15 aprile 2014

A Bao A Qu...

Era appena sorto il sole e l'uomo aveva ripreso a muoversi, quasi impercettibilmente.
 
Era forse l'unico sopravvissuto, l'ultimo della sua razza, sterminata da una tribù di nomadi che per un caso aveva scelto la loro vallata per spostarsi appresso al proprio bestiame. Non avevano nient'altro che il bestiame e le armi e dove passavano lasciavano una scia profonda di pianti, urla e sangue.
Il suo villaggio non esisteva più, la sua capanna era un cumulo di cenere. i suoi figli erano carne insanguinata per cani randagi. E di lui non restava molto, forse qualche ora di vita, forse qualche giorno di dolore e pianto per i suoi cari.
 
Cominciò a strisciare, trascinandosi affannosamente sul terreno, nutrendo la terra secca col suo sangue. Si trascinò fino alla scala a chiocciola che dava accesso all'antica torre in pietra, spinto dalla forza della vita che se ne va.
La mano destra sentì il freddo del primo gradino della scala a chiocciola.
 
Una sensazione strana pervase il suo corpo, la sua anima ridestata.
 
Il freddo della pietra lo risvegliava dal suo torpore.
Senza sapere come, senza più pensare alle ferite che lo dissanguavano, si alzò in piedi e salì il primo gradino. La sua anima piangeva per la morte della famiglia, per la distruzione del villaggio, per la fine di una stirpe.
Sentì la forza rianimare il suo corpo, salì il secondo gradino quasi senza accorgersene. La striscia di sangue era dietro di lui, rossa, quasi color della seta... splendente sotto il riflesso del sole nascente.
 
Un debole fruscio gli ricordava la vita, una sensazione potente di vita percorreva il suo corpo freddo da tanto tempo immobile.
 
Il piede avanzò sul terzo gradino. Solo i sacerdoti percorrevano una volta all'anno quella scala, solo loro avevano la forza di farlo, ma i sacerdoti erano morti, tutti!
 
Piccole zampe, come un millepiedi, sorgevano dalla fredda pietra per afferrare il bordo del gradino, seguivano le tracce del sangue fresco, cercando di sentire l'anima morente di colui che si trascinava lungo la scala. Una forza straordinaria, carica di sentimenti, di orrore, d'amore.
 
Il quarto gradino, poi il quinto, il sesto, il settimo... uno dietro l'altro.
 
Il freddo si faceva sempre più intenso, il ricordo dei figli massacrati solo poche ore prima gli offuscava la vista e gli spezzava il cuore ancora una volta. Eppure non sentiva odio per coloro che avevano compiuto un simile massacro ma solo compassione. Compassione per uomini che erano bestie, non per colpa loro.
 
La scala a chiocciola sembrava animarsi di vita propria, i gradini davanti a sé lo chiamavano. Le forze gli venivano meno, il sangue scorreva dalle sue ferite ma lui proseguiva senza sosta. Ancora pochi passi.
 
la sua anima prendeva corpo dopo tanti secoli. Nessuno l'aveva più trascinato fino a quel punto da... quanto tempo? Non ricordava... secoli, millenni forse.
Eppure quest'uomo aveva una forza incredibile, stava morendo ma proseguiva la sua ascesa senza un pensiero negativo. La sua anima era forte e splendente.
A Bao A Qu prendeva vita,forte e splendente, ancora una volta dopo tanto tempo.
 
L'uomo moriva sulla scala, senza sapere perchè, felice di raggiungere i suoi cari appena scomparsi, lasciando sull'ultimo gradino un fiotto di sangue denso e il pensiero di un futuro radioso per tutta la sua Terra, sotto il sole nascente di un giorno qualunque...
 
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO