domenica 2 marzo 2008

Cixireddu e s'ascina...

(ovvero: “non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te stesso...”)

C'era una volta, in paese, un ragazzino piccolo e magro che, per il suo fisico, veniva chiamato cixireddu(1)...
Cixireddu era troppo piccolo per poter fare lavori pesanti e così, in quel periodo, era guardiano di una vigna.
Quando la gente del paese passava la vicino e gli chiedeva un trone(2) lui diceva che non poteva perché il padrone della vigna li aveva contati uno per uno... e la stessa risposta era data a chi gli chiedeva uno scricchillone(3) o un pibione(4).
E la storia era sempre la stessa per tutti. Cixireddu cercava di far bene il suo lavoro ma questo faceva arrabbiare i paesani e, alcuni di essi, cominciarono ad odiarlo...
Così un giorno, uno dei più cattivi, esasperato dalla solita risposta, decise di catturare Cixireddu e di fargliela pagare... Così, con l'aiuto della moglie, catturò Cixireddu e lo rinchiuse dentro una cassa con l'intenzione di ingrassarlo per poi farlo arrosto.
Ogni giorno Cixireddu veniva nutrito, quindi gli veniva chiesto di mostrare un dito dal buco che si trovava su un lato della cassa... dal dito si giudicava se stava ingrassando per decidere quando fosse arrivato il momento di mangiarlo... Un giorno un topolino entrò nella cassa e Cixireddu, acchiappatolo gli staccò la coda. Quando il carceriere venne a controllarlo lui sporse dal buco la coda del topo. Il carceriere, vedendolo così magro si lamentò con sua moglie e gli disse di aumentare le razioni... così Cixireddu veniva nutrito con quanto di meglio i suoi aguzzini potevano permettersi...
Un giorno una medrona(5) entrò nella cassa e Cixireddu, catturatala, le staccò la coda. Quando il suo aguzzino tornò a controllarlo, lui mostrò la coda del ratto. Visto che gli pareva fosse ingrassato, andò dalla moglie e gli disse “Domenica, mentre io sono a messa, lo ammazzi e me lo fai arrosto per pranzo”.
E così arrivò la domenica, la moglie aspettò che il marito uscisse per andare a messa, quindi aprì la cassa per uccidere Cixireddu che però fu più svelto di lei e la uccise, la fece a pezzi e la cucinò arrosto. Apparecchiò la tavola e si nascose in su stabi(6) e attese il ritorno del suo aguzzino che, quando tornò, trovando la tavola imbandita con l'arrosto ancora fumante decise di non aspettare la moglie... avrebbe mangiato da sola!
Così il carceriere cominciò a mangiare di gusto... finché sentì una voce... lontana... che diceva: “pappa... pappa... pappa pezza de pobidda tua...”(7)
L'aguzzino smise di mangiare... si guardò intorno... ma, non vedendo nessuno, continuò a mangiare di buona lena. Passò qualche minuto e la voce tornò più forte di prima...
“pappa... pappa... pappa pezza de pobidda tua...”
Questa volta la voce era chiara e proveniva dall'alto. Alzato lo sguardo, Cixireddu era li, appollaiato tra le travi del solaio...
“Cosa ci fai lassù? E come hai fatto a salire?”
Disse con voce fioca... avendo capito cosa era successo... L'idea di salire lassù per vendicarsi... lo faceva sragionare...
Cixireddu gli rispose di aver accatastato delle sedie e di essersi arrampicato... Il carceriere, senza pensarci su due volte, fece lo stesso... ma, giunto quasi alla meta precipitò rovinosamente pestandosi per bene... Sempre più arrabbiato, chiese nuovamente a Cixireddu come avesse fatto ad arrampicarsi fin lassù... Cixireddu, gli disse allora di legare assieme degli spiedi e di arrampicarsi su di essi...
Lo stupido, forse rintronato dalla caduta, gli diede retta e così, mentre si arrampicava scivolò e rimase infilzato nello spiedo che voleva usare per cuocere Cixireddu...
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1. Cixireddu significa “piccolo cece”.
2. Per trone s'intende un grosso grappolo d'uva.
3. S'intende un piccolo grappolo d'uva.
4. Un acino d'uva.
5. Un grosso ratto.
6. Era il soffitto, vi si trovava di tutto, provviste, paglia, colombi e galline.
7. Mangia... mangia... mangia carne di tua moglie...

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Dammi tre parole...

"...dammi tre parole...",

Era un chiodo fisso!
Quel vecchio ritornello continuava a tornarmi in mente...
senza che riuscissi a capire perché!
Erano mesi ormai che ci convivevo...
Mentre guidavo me lo sentivo nelle orecchie...
Durante il lavoro non sentivo altro...
La notte mi sdraiavo sul letto, chiudevo gli occhi... ed eccolo li, in tutta la sua insistente stupidità...
Non poteva andare avanti così... stavo impazzendo!
Quella notte era stata più movimentata delle altre... il ritornello mi penetrava nel cervello come uno spillone da cucito... immagini sconnesse di morti ammazzati si alternavano alle note stridenti...

"... dammi tre parole...",

teste mozzate,

"... cuore...",

sangue di Giuda... ancora,

"amore...",

la pistola è nel cassetto...,

"... dammi tre parole...",

mi infilai la canna in bocca...,

"... cuore, amore...",

non sentii niente...
più niente!
solo...

"... dammi tre parole...",

Pazzia...
Terrore...
Morte!

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Nebbia...

Si muoveva per la città veloce, silenziosa, strisciante e fredda come la morte...
Le luci contribuivano non poco a render tetro il paese, quella luminescenza verdastra che si diffondeva nell'aria avanzava con l'avanzare di quella strana nebbia...
Capitava spesso che la nebbia scendesse a valle dalle colline che circondavano il paese, eppure non era mai stata cosi...
Non so come descrivere quella strana sensazione, tutto sembrava impregnato di morte. Le vie erano deserte e il silenzio quasi assoluto, rotto solo da qualche sempre più raro ululato di cani ormai selvatici...
Guardai il cielo... non c'era la luna e le stelle, quelle poche che ancora si vedevano, erano circondate da quella foschia opaca e irreale... come fossero sul punto di spegnersi e morire... anche loro.
Tutto era freddo e silenzioso, così irreale nella sua terribile realtà... così diverso dal chiasso di qualche giorno prima.
Ricordo ancora le strade affollate, il rumore delle auto in corsa, la gente che si ferma di fronte ad una vetrina... troppa gente, penso, che ci sarà di tanto interessante?
Ricordo di essermi avvicinato anch'io, incuriosito da tante grida di stupore...
Ricordo quel televisore sintonizzato su un telegiornale e le parole del cronista, incredibilmente cariche di preoccupazione
"Sembra che sia nuovamente guerra, tra le grandi potenze..."
e poi più niente, era sparito il segnale...Per un attimo il silenzio irreale della morte ci pervase... poi il silenzio si trasformò in consapevolezza e la consapevolezza portò con se il terrore...
Fu questione di istanti, il cielo si fece bianco, poi luminescente... accecante. Si alzò un vento caldo che sapeva di morte... puzza di carni bruciate... che veniva da lontano... poi da vicino...
La gente cominciò a morire subito dopo... la stessa sorte toccò ad animali e piante. Erano bastati pochi giorni per sterminare sette miliardi di esseri umani, ben poca cosa, comunque, rispetto le perdite della Natura...
Poche eccezioni si muovevano lentamente per quelle lande ora deserte... in attesa del loro destino...
Ora tutto poteva ricominciare, lentamente... ancora una volta...e chissà a chi sarebbe toccata stavolta la corsa all'evoluzione...

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Chi troppo vuole...

Erano tempi difficili... i bambini giocavano con bastoni e pietre, le bambine con bambole di pezza...Capitava, talvolta, che ci si contendeva un giocattolo e, allora come ora, si sentiva urlare “E' mio...”, “Nooo, è mio...”
Era in quei momenti che il nonno interveniva, anche per evitare interventi ben più energici di chi doveva lavorare. Seduto ai piedi di un albero ombroso, chiamava a se tutti i bambini: “piccioccheddusu, benei innoi ca si contu...”(1).
A quelle parole, una torma di ragazzini urlanti si sedeva intorno al vecchio in attesa del racconto. Quando finalmente si era fatto silenzio, iniziava il racconto... “Una volta in paese passava un fraticello, indossava un saio vecchio e consunto ed un paio di sandali consumati dal tempo... sulle spalle aveva una bisaccia in cui mettere le offerte dei paesani. Arrivava a piedi, ogni anno nello stesso periodo, subito dopo il raccolto. Quell'anno, recatosi nella prima casa, gli fu offerta una “mesuredda”(2) di grano. Il fraticello accettò e riempito il sacco ringraziò, benedì la casa e andò via. Si fermò poco dopo e per evitare di portarsi appresso il sacco chiese ad una contadina di custodirglielo mentre lui proseguiva la questua. Durante la notte le galline, trovato il sacco, si mangiarono il grano. Quando il fraticello tornò, la contadina spiegò l'accaduto ma il frate non volle sentir ragioni e disse: “Mi deve restituire il grano... altrimenti mi da la gallina!”. La donna, addolorata per la perdita ma consapevole delle sue responsabilità, consegnò la gallina e il fraticello andò via.
Prima di proseguire la questua si fermò in una casa li vicino e chiese che per cortesia gli custodissero la gallina. E così fu che durante la notte, mentre la gallina beccava qualche sassolino dal selciato del cortile, i maiali l'aggredirono e se la mangiarono. Quando al mattino si cercò la gallina si trovò solo qualche piuma insanguinata e ci volle poco a capire l'accaduto... Allora il fraticello disse “o la gallina o il maiale”. Non avendo altre galline la padrona di casa gli diede il maiale. Alla sera il fraticello si recò da un'altra famiglia e chiese di tenergli in custodia il maiale fino al giorno dopo e così fu che la padrona di casa mise il maiale nella stalla con i cavalli. Questi, imbizzarritisi, lo uccisero a calci. La mattina dopo, visto l'accaduto, il fraticello disse “o il maiale o il cavallo”e così gli fu dato il cavallo.
Alla sera, come suo solito, il fraticello chiese che gli venisse custodito il cavallo e spiegò che se avesse agitato la testa significava che aveva fame, se invece raschiava la terra con la zampa aveva sete. E così fu che durante la notte al cavallo venne sete. La padrona di casa allora chiamò la figlia e le disse di portare il cavallo a bere. La ragazza prese il cavallo e lo condusse all'abbeveratoio. Quando arrivò all'abbeveratoio c'erano altri cavalli. Il cavallo condotto dalla ragazza si imbizzarrì e scappò via... la ragazza tornò a casa e raccontò l'accaduto alla madre... in quel mentre arrivò il fraticello che, sentito l'accaduto disse “o il cavallo o la ragazza...”E così, non avendo un altro cavallo gli fu data la ragazza! Il fraticello la mise nel sacco e andò via.
Lungo la strada però si fece sera e, vista una casetta di povera gente, il fraticello si fermò e chiese di poter lasciare in custodia il sacco... La padrona di casa accettò. Quando il fraticello si fu allontanato la ragazza, che aveva riconosciuto la voce della nonna, la chiamò e, fattasi liberare, le raccontò l'accaduto. La saggia nonna allora, presi due cani affamati dal cortile li rinchiuse nel sacco al posto della nipote. Al mattino, quando si presentò il fraticello gli fu riconsegnato il sacco e lui felice andò via... Lungo la strada sentiva dei mugolii provenire dall'interno del sacco e lui, credendo si trattasse della ragazza diceva “un po di pazienza... come arriviamo all'albero che c'è lungo la strada ti faccio uscire... e facciamo l'amore...” Così, quando giunsero all'albero lungo la strada, il sacco venne poggiato a terra e aperto... i due cani, con sua grande sorpresa, lo aggredirono...
Così accadde che il fraticello dopo quella brutta esperienza, non tornò più in paese... e tutti i bambini, finito il racconto, ripresero a correre, urlare ed inseguirsi... almeno fino alla prossima storia!
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1. Trad: ragazzini, venite qua che vi racconto...
2. Circa quattro chili.

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Déjà vu?

La macchina manovrava sotto casa... nel poco spazio che c'era si muoveva male, nervosamente... Lo stemma della Mercedes nera si vedeva abbastanza bene, era un nuovo modello, di quelli costosi, una macchina da avvocato o da politico...
Già da qualche minuto sentivo i rumori della gomma sul selciato...
Mi affacciai alla finestra incuriosito...
L'uomo era giovane, doveva avere non più di trent'anni.
Era ben vestito e si guardava attorno con circospezione...
Poi apparvero due uomini, due operai... armati di piccone.
Si avvicinarono all'uomo e scaricarono un sacco nero dal cofano...
I due operai entrarono nel garage... Mi arrivavano alle orecchie i colpi sordi... come attutiti... di picconi sulla terra...
Passarono dieci minuti senza che si vedesse nessuno... poi uscirono, si avvicinarono all'uomo e preso un pacchetto si dileguarono...
L'uomo chiuse il garage e dopo alcune manovre andò via con una sgommata...
Mi svegliai tutto sudato... era estate e avevo sognato... colpa della pizza!
Sempre così quando mangiavo la pizza la sera...
Alcuni colpi attirarono la mia attenzione... provenivano da fuori... c'era una macchina che faceva manovra... nera...
Non sarà?!?
Macchè... ma, quelli sono operai...
un sacco nero apparve come per incanto tra le mani dei due che, un istante dopo scomparvero nel garage...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO