sabato 24 maggio 2008

Il ritorno...

Scrivevo da anni sul gazzettino del paese, solitamente mi occupavo di cronaca ma certe volte mi capitava di intervistare qualche compaesano famoso... il sindaco, il prete... oppure il Comandante della locale stazione dei Carabinieri...
Qualcuno potrebbe pensare che il lavoro di un giornalista di paese sia noioso e, diciamo così, insulso... e, fino a quel momento anch'io la pensavo così!
Poi però qualcosa cambiò.
Un giorno si trasferì da noi un distinto signore, che chiamerò il signor P., di mezza età, ben vestito, gentile con tutti e molto riservato. Comprò una vecchia casa nella piazza Roma, al numero 5, e la rimise a nuovo senza badare a spese...
Quando i lavori furono terminati i vecchi del paese, abituali frequentatori dell'unica panchina della piazza, cominciarono a mormorare... e ciò non era normale!
Da buon giornalista mi resi subito conto che qualcosa era accaduto, così un giorno, di buona mattina, mi sedetti su quell'unica panchina e stetti ad aspettare. Non ci volle molto, infatti alle otto in punto i soliti tre anziani (uno dei quali era allora ultracentenario...) raggiunsero la loro solita panchina.
Li salutai e loro mi salutarono quindi senza indugi chiesi di raccontare anche a me le novità del giorno... in cambio di un buon bicchiere di vino, naturalmente! Ogni buon giornalista ha le sue armi nascoste ed i tre vecchietti erano la mia... già in altre occasioni mi avevano fornito notizie interessanti che poi avevo pubblicato sul giornale... ma questa volta sarebbe stato diverso, me lo sentivo...
Si guardarono in faccia, dritti negli occhi che ancora rilucevano tra le rughe profonde... poi abbassarono lo sguardo, immersi nei loro pensieri...
Io aspettavo in silenzio, avevo fatto la mia richiesta e ora non mi restava che aspettare, sapevo che sarebbe stato inutile insistere, anche loro avevano i loro tempi... se avessero voluto raccontarmi qualcosa l'avrebbero deciso loro e se non avessero voluto... beh, c'era poco da fare!Passammo mezz'ora così, in silenzio, nessuno si muoveva ne parlava... passò ancora mezz'ora, li guardai... erano immobili e non sembrava avessero alcuna intenzione di parlare... peccato, pensai...
Mi alzai, salutai e mi voltai come per andarmene...
"Sezzidia!"
La voce era quella profonda di tziu Terenziu, il più anziano...
Ripresi il mio posto e attesi in silenzio... passarono altri dieci minuti, poi tziu Terenziu cominciò a parlare.
"Tu sei giovane e forse non puoi capire, forse non crederai a quello che ti dirò, ma sappi che è tutto vero... In quegli anni io ero piccolo, avrò avuto dieci 0 dodici anni al massimo. Tutte le mattine venivo in questa piazza e mi arrampicavo lassù, tra i rami di quell'albero di limoni, lui era già vecchio allora. Mi appollaiavo tra quei rami come un gatto e aspettavo che arrivassero i miei amici per giocare a "pettia e cariccia"...
Quella mattina però non arrivava nessuno e io stavo per andar via quando vidi arrivare i grandi, da tutto il paese, armati di bastoni e forconi per il fieno... Si fermarono in silenzio di fronte alla casa che tu vedi ora rimessa a nuovo. Il più vecchio del paese, tziu Antòi, uscì dal gruppo e poggiato a terra il bastone raggiunse la porta della casa, sollevò il pesante batacchio e colpì più volte. I colpi risuonarono per tutta la piazza, cupi nel silenzio più totale... poi tziu Antòi tornò al suo posto e aspettò...
Pochi minuti dopo la porta si aprì e ne uscì un uomo di mezza età, ben vestito, dalla voce gentile... li guardò in silenzio e loro guardarono lui... non c'era bisogno di parole ed infatti nessuno parlò! L'uomo di mezza età tornò in casa, senza chiudere la porta.
Passarono dieci minuti, credo, quando si ripresentò aveva con se solo una vecchia bisaccia di pelle sulle spalle ed un bastone nodoso nella mano sinistra... Uscito, chiuse la porta alle sue spalle con una grossa chiave e si diresse verso la folla... mentre passava la gente faceva largo e abbassava lo sguardo come se si vergognasse...
Nessuno disse niente per tutto il tempo e, come erano arrivati, in silenzio tornarono alle loro case...
Poi arrivarono i ragazzi e giocammo a pettia e cariccia... come se niente fosse accaduto!
Ne è passato di tempo da allora, saranno novant'anni, e io sono diventato vecchio senza più pensare a ciò che avevo visto, senza capire cosa fosse accaduto, senza mai più rivedere quell'uomo. Nessuno si avvicinò mai alla casa, che invecchiò con me, e i protagonisti di quella vicenda stanno tutti molto meglio di noi. Poi due mesi fa è arrivato in paese il signor P.
E' sceso da un tassì e si è diretto verso la vecchia casa, ha aperto la porta con la stessa grande chiave con qui era stata chiusa novant'anni prima ed è entrato... Io ero seduto in questa panchina e ho visto tutto, come novant'anni prima...
La stessa chiave, la stessa casa, la stessa persona..."
Tziu Terenziu aveva finito il suo racconto... mi fissò per un attimo e poi abbassò lo sguardo. Mi alzai, salutai e andai via.
Il racconto mi aveva colpito e inquietato... secondo tziu Terenziu il signor P. era la stessa persona che novant'anni prima aveva lasciato il paese... assurdo! Pensai.
Passai dal bar e lasciai pagato il vino, convinto di aver buttato i miei soldi...
Il tempo passò, tziu Terenziu raggiunse i suoi avi alcuni anni dopo, alla veneranda età di cento sei anni e il signor P. continuava la sua vita ritirata...
Poi anch'io sono invecchiato, oggi compio ottant'anni e non scrivo più sul Gazzettino del paese.
Da qualche anno ho preso il posto di tziu Terenziu sulla panchina di piazza Roma e tutte le mattine saluto il signor P., quando alle 07.30 in punto esce per andare a fare colazione al bar, l'unico bar del paese...
Il tempo passa per tutti ma il signor P. è sempre il distinto signore di mezza età, ben vestito e gentile con tutti, sempre uguale al primo giorno che l'ho visto attraversare la piazza del paese per entrare nella sua vecchia ritrovata casa...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
(Olbia-Civitavecchia, 24 maggio 2008)
 
 
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L'invasione


L'uomo guardava incredulo...
di fronte a se migliaia di esseri apparivano dal nulla, tutti diversi ma ugualmente mostruosi.
Vicino a lui un gruppo di ragni enormi si contendeva il teschio del suo vicino... dopo averlo staccato dal collo con un solo colpo d'artiglio, affilato come una falce...
Erano sempre più vicini e l'uomo continuava a fissarli, con gli occhi sbarrati e un filo di bava che colava dalla bocca... Li sentiva distintamente, come fossero enormi insetti, ripugnanti insetti dalle forme spaventose, con le loro zampette troppo cresciute...
Poi reagì, imbracciò il fucile e cominciò a sparare di fronte a se. Uno, due, tre colpi e poi ancora... tanto aveva una scatola di cartucce a pallettoni!
Li vedeva cadere a terra,... schizzi di sangue ovunque...
Poi, ecco, l'ultima cartuccia...
L'uomo caricò il fucile, ancora una volta... l'ultima!
Si portò la canna alla bocca...
Pezzi di cervello e ossa vennero proiettati violentemente sul soffitto...

Due bottiglie di whisky vuote sul pavimento.Una famiglia sterminata a colpi di falce e di fucile.Questo il risultato dell'ultima bravata di G, alcolizzato e tossicodipendente del quartiere...
Una strage!

Così riportava il titolo del giornale del paese, sulla prima pagina... il giorno dopo!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
(Olbia-Civitavecchia, 24 maggio 2008)
 
 
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Il ritorno...

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Quando i lavori furono terminati i vecchi del paese, abituali frequentatori dell'unica panchina della piazza, cominciarono a mormorare... e ciò non era normale!
Da buon giornalista mi resi subito conto che qualcosa era accaduto, così un giorno, di buona mattina, mi sedetti su quell'unica panchina e stetti ad aspettare.
Non ci volle molto, infatti alle otto in punto i soliti tre anziani (uno dei quali era allora ultracentenario...) raggiunsero la loro solita panchina. Li salutai e loro mi salutarono quindi senza indugi chiesi di raccontare anche a me le novità del giorno... in cambio di un buon bicchiere di vino, naturalmente!
Ogni buon giornalista ha le sue armi nascoste ed i tre vecchietti erano la mia... già in altre occasioni mi avevano fornito notizie interessanti che poi avevo pubblicato sul giornale... ma questa volta sarebbe stato diverso, me lo sentivo...
Si guardarono in faccia, dritti negli occhi che ancora rilucevano tra le rughe profonde... poi abbassarono lo sguardo, immersi nei loro pensieri...
Io aspettavo in silenzio, avevo fatto la mia richiesta e ora non mi restava che aspettare, sapevo che sarebbe stato inutile insistere, anche loro avevano i loro tempi... se avessero voluto raccontarmi qualcosa l'avrebbero deciso loro e se non avessero voluto... beh, c'era poco da fare!
Passammo mezz'ora così, in silenzio, nessuno si muoveva ne parlava... passò ancora mezz'ora, li guardai... erano immobili e non sembrava avessero alcuna intenzione di parlare... peccato, pensai...
Mi alzai, salutai e mi voltai come per andarmene...
"Sezzidia!"
La voce era quella profonda di tziu Terenziu, il più anziano...
Ripresi il mio posto e attesi in silenzio... passarono altri dieci minuti, poi tziu Terenziu cominciò a parlare.
"Tu sei giovane e forse non puoi capire, forse non crederai a quello che ti dirò, ma sappi che è tutto vero...
In quegli anni io ero piccolo, avrò avuto dieci 0 dodici anni al massimo. Tutte le mattine venivo in questa piazza e mi arrampicavo lassù, tra i rami di quell'albero di limoni, lui era già vecchio allora. Mi appollaiavo tra quei rami come un gatto e aspettavo che arrivassero i miei amici per giocare a "pettiasa e cariccia"...
Quella mattina però non arrivava nessuno e io stavo per andar via quando vidi arrivare i grandi, da tutto il paese, armati di bastoni e forconi per il fieno...
Si fermarono in silenzio di fronte alla casa che tu vedi ora rimessa a nuovo. Il più vecchio del paese, tziu Antòi, uscì dal gruppo e poggiato a terra il bastone raggiunse la porta della casa, sollevò il pesante batacchio e colpì più volte. I colpi risuonarono per tutta la piazza, cupi nel silenzio più totale... poi tziu Antòi tornò al suo posto e aspettò...
Pochi minuti dopo la porta si aprì e ne uscì un uomo di mezza età, ben vestito, dalla voce gentile... li guardò in silenzio e loro guardarono lui... non c'era bisogno di parole ed infatti nessuno parlò! L'uomo di mezza età tornò in casa, senza chiudere la porta.
Passarono dieci minuti, credo, quando si ripresentò aveva con se solo una vecchia bisaccia di pelle sulle spalle ed un bastone nodoso nella mano sinistra...
Uscito, chiuse la porta alle sue spalle con una grossa chiave e si diresse verso la folla... mentre passava la gente faceva largo e abbassava lo sguardo come se si vergognasse...
Nessuno disse niente per tutto il tempo e, come erano arrivati, in silenzio tornarono alle loro case...
Poi arrivarono i ragazzi e giocammo a pettia e cariccia... come se niente fosse accaduto!
Ne è passato di tempo da allora, saranno novant'anni, e io sono diventato vecchio senza più pensare a ciò che avevo visto, senza capire cosa fosse accaduto, senza mai più rivedere quell'uomo. Nessuno si avvicinò mai alla casa, che invecchiò con me, e i protagonisti di quella vicenda stanno tutti molto meglio di noi. Poi due mesi fa è arrivato in paese il signor P. E' sceso da un tassì e si è diretto verso la vecchia casa, ha aperto la porta con la stessa grande chiave con qui era stata chiusa novant'anni prima ed è entrato... Io ero seduto in questa panchina e ho visto tutto, come novant'anni prima...
La stessa chiave, la stessa casa, la stessa persona...
Tziu Terenziu aveva finito il suo racconto... mi fissò per un attimo e poi abbassò lo sguardo. Mi alzai, salutai e andai via.
Il racconto mi aveva colpito e inquietato... secondo tziu Terenziu il signor P. era la stessa persona che novant'anni prima aveva lasciato il paese... assurdo! Pensai.
Passai dal bar e lasciai pagato il vino, convinto di aver buttato i miei soldi...
Il tempo passò, tziu Terenziu raggiunse i suoi avi alcuni anni dopo, alla veneranda età di cento sei anni e il signor P. continuava la sua vita ritirata... Poi anch'io sono invecchiato, oggi compio ottant'anni e non scrivo più sul Gazzettino del paese. Da qualche anno ho preso il posto di tziu Terenziu sulla panchina di piazza Roma e tutte le mattine saluto il signor P., quando alle 07.30 in punto esce per andare a fare colazione al bar, l'unico bar del paese...
Il tempo passa per tutti ma il signor P. è sempre il distinto signore di mezza età, ben vestito e gentile con tutti, sempre uguale al primo giorno che l'ho visto attraversare la piazza del paese per entrare nella sua vecchia ritrovata casa...
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
(Olbia-Civitavecchia, 24 maggio 2008)

venerdì 25 aprile 2008

Il vecchio asilo

Quando ero piccolo vivevo in un paese di montagna, faceva freddo tutto l'anno, soffiava un vento terribile, e a metà agosto già cominciava a nevicare.
Mio padre lavorava ancora nei carabinieri, ora è in pensione e la sua occupazione preferita sembra sia leggere storie di terrore e di fantasmi.
Fantasmi...chissà se esistono veramente!
Una volta al mese circa, tutta la famiglia saliva sulla nostra Ferrari rossa fiammante, una Fiat 128 che, come tutte le macchine di allora, dava affidamento solo quando la si spegneva.
Lentamente , ci apprestavamo a trascorrere un fine settimana diverso dal solito, la nostra meta era la casa della nonna, che adesso, nonostante l'età, non è meno arzilla di allora.
Ciò che più ci piaceva era sentire le storie che mio padre ci raccontava per farci stare buoni, e vi garantisco che ci riusciva senza nessun problema.
Ci teneva incollati al sedile della nostra 128 come se i mostri e i fantasmi di cui ci parlava fossero di fianco a noi pronti a saltarci addosso ad ogni nostro minimo movimento.
Mi ricorderò sempre che mentre mio padre parlava potevamo sentire il nostro battito che, sempre più forte, sembrava coprisse le parole; solo mio fratello Roberto ogni tanto fiatava, ma solo per soffiarsi il naso perennemente raffreddato.
La storia che sto per raccontarvi era, a detta di mio padre "una delle più raccapriccianti che essere umano avesse mai udito", non che allora capissi bene il significato di tutte le parole che mio padre utilizzava, ma avevo appena cinque anni e, nonostante fossi abbastanza in gamba per la mia età, o almeno così pensavo allora, ancora ero piccolo e me ne rendevo conto quando, stando in piedi affianco a mio padre non raggiungevo neanche la cintura dei suoi pantaloni.
Quella volta mio padre cominciò così:
"Vi ricordate quel vecchio edificio di fronte al campo di pallacanestro? Ebbene, quello un tempo era un asilo, mi ricordo che venne chiuso nel 1972, dopo la morte di una delle suore ed altri fatti molto raccapriccianti accaduti in quel periodo."

Quella volta ci fermammo alla fontana perché mia madre voleva che prendessimo dell'acqua da portare a mia nonna, non per capriccio ma perché nel suo paese, che poi è anche il mio, veniva distribuita solo una volta ogni tre giorni. Così, per qualche istante, l'atmosfera tesa che si era creata all'interno della macchina si sciolse come neve al sole e già, io e i miei fratelli cominciavamo ad agitarci e a giocare rincorrendoci intorno alla fontana; tutto ciò durò solo il tempo di riempire la solita lattina da venti litri, poi come per incanto, ci ritrovammo tutti in macchina ed il terrore tornava ad impossessarsi di noi.
"Vi stavo dicendo...", proseguì mio padre come se non ci fossimo mai fermati, "...che l'asilo venne chiuso nel 1972. In un primo tempo il parroco del paese, se non sbaglio allora c'era ancora don Francesco, e tutta la popolazione si erano opposti alla chiusura dell'asilo ma poi in seguito agli avvenimenti che si verificarono durante l'indagine per la morte della povera suor Giuditta, nessuno ebbe più niente in contrario a che le porte di quella vecchia casa venissero murate, come pure le finestre, e che il cancelletto di legno che portava al vecchio campo di pallacanestro e che fungeva da accesso anche all'asilo fosse sostituito da un pesante cancello in ferro che, anche senza il cartello che vi era appeso fuori, incuteva timore.
Il cartello era grande, bianco con una scritta rosso sangue che diceva:
CASA PERICOLANTE, PERICOLO DI MORTE.
Così decisero di scrivere le autorità che si occuparono di questo caso e cioè il sindaco, il brigadiere dei carabinieri ed il vecchio bibliotecario del paese.
Prima della sua chiusura l'asilo era abitato da tre suore, suor Giuditta, suor Maria e suor Anna. Suor Giuditta era la più anziana, doveva avere circa sessanta anni ma quando fu trovata morta ne dimostrava almeno il doppio tanto la pelle era secca e rattrappita. Nelle sue vene non fu trovato neanche una goccia di sangue, come se qualcuno se ne fosse nutrito, ma sul corpo non presentava nessun genere di ferita, niente di niente.
Era una bella mattina di primavera, se non mi sbaglio il calendario segnava il 15 maggio, certe date non si dimenticano facilmente..."
In quel momento noi tutti provammo un brivido di terrore perché mio padre fece una brusca frenata a causa di un cane che attraverso la strada. Ci sembrò che il cane fosse il fantasma della vecchia Giuditta venuto sulla terra per vendicarsi di noi che col nostro racconto avevamo disturbato il suo sonno eterno. Ciò che ci riportò alla realtà fu lo strombazzare dei clacson delle macchine che ci seguivano.
Io ho sempre ammirato mio padre, soprattutto in quel momento che, come se niente fosse, innestò la prima e ripartì.
L'aria divenne nuovamente pesante e il freddo pungente di quel mattino di gennaio unito alla paura, avevano l'effetto di una purga su di noi; la voce calda e pacata, ma nello stesso tempo cavernosa, di mio padre continuava il suo racconto.
"L'allarme fu dato da suor Anna che mentre si accingeva ad aprire il cancello che dava sulla strada vide suor Giuditta riversa in terra, con la faccia sull'erba umida del mattino e con la sua lunga veste tirata su fino a scoprirle i polpacci grossi, coperti dalle bianche calze di cotone pesante.
A quel macabro spettacolo suor Anna cominciò ad urlare e poi scappò di corsa dentro, per la paura dimenticò di aprire il cancelletto di legno.
In quel momento passava per la strada il brigadiere dei carabinieri che come tutte le mattine, con la sua divisa stirata di fresco e con il suo solito sorriso sgargiante, si recava in caserma. Dovevano essere circa le 07.45 ed ancora il sole non aveva riscaldato quelle poche case che formavano il paese di Chiodi.
Quando sentì le urla di suor Anna il suo sorriso a " ventiquattro carati ", come lo chiamavano gli amici si trasformò in quella seria espressione che gli si leggeva in volto ogni volta che, durante il suo lavoro, gli capitava di aver a che fare con qualcosa di raccapricciante ma, fino a quel momento, di perfettamente logico e razionale. Si precipitò verso il cancelletto in legno e non gli ci volle molto ad aprirlo nonostante vi fosse un fermo ad uncino che lo bloccava dall'interno. Non appena aperto, vide il corpo della povera suor Giuditta e subito si accostò ad esso con la calma di chi ha già visto la morte tante volte."
Forse voi non potete capire quale effetto potessero avere queste parole su di noi, piccoli pargoletti, che al solo pensare al buio ce la facevamo sotto, ma la voce di mio padre non cambiava mai inflessione, come la voce di chi ha, più di una volta visto scorrere via la vita dalle membra di un corpo ferito a morte. Fu proprio in quel momento che Bruno, il terzo di noi, che allora aveva circa due anni e mezzo, urlò: "Mamma, pipì !"

Poco ci mancava che io e mio fratello Roberto ci restassimo secchi dalla paura e se non ce la facemmo sotto fu solo perché quella non era la prima volta che mio padre ci raccontava storie di questo tipo.
La sosta fu breve, qualche minuto soltanto, ma servì a tutti, l'aria fresca ci svegliò e distolse i nostri pensieri dal ricordo della suora morta. Mia madre ne approfittò per prepararci qualcosa da mangiare, prese dal portabagagli una grande borsa di vimini in cui vi era del pane, del formaggio e qualche pera fresca. "A pancia piena si viaggia meglio", é il motto di famiglia!
Il viaggio riprese e puntuale come la morte riprese anche il racconto di mio padre.
"Il brigadiere si accostò al corpo di suor Giuditta, si rese subito conto che vi era qualcosa di strano in quel cadavere, era secco, non caldo come se una persona fosse appena morta, ne freddo come quando il sangue ha smesso di circolare da molte ore. Secco come quello di una vecchia mummia o di una falena morta, come quelle che si trovano su di un vecchio mobile che non si spolvera da anni.
In queste condizioni venne ritrovata suor Giuditta.
Il brigadiere era chino sul cadavere lo stava rivoltando quando, dalla porta del vecchio asilo, spuntò fuori timidamente la testa di suor Maria che avendo ascoltato il racconto di suor Anna ed essendo più coraggiosa la precedeva per verificare l'accaduto.
Vi lascio immaginare la scena: un piccolo cortile in cui si trova un cadavere vecchio di cent'anni o almeno così si sarebbe detto, un brigadiere curvo su di esso e sullo sfondo una porticina dalla quale stanno uscendo due suore spaventate a morte. Vedere il brigadiere, o meglio una sagoma nera china sul cadavere di suor Giuditta fu, per la coraggiosa suor Maria, un colpo tremendo, stramazzò a terra svenuta e ci vollero venti minuti e tutti i sali a disposizione per farla rinvenire.
Frattanto era stato chiamato il medico, un tipino alto, magro, sempre vestito di scuro e che pareva avesse paura anche della sua stessa ombra e per di più aveva una voce che pareva fosse lui il malato; comunque in quella occasione si dimostrò forte e non svenne, ma forse solo perché aveva in mano i sali per far rinvenire suor Maria.
Dopo aver superato il trauma iniziale, suor Anna, fu la più forte di tutti i presenti infatti fu proprio lei che si prese la briga di vegliare di continuo il corpo della povera morta, in compagnia di un giovane carabiniere che, poveretto, alla vista del cadavere divenne più bianco del colletto della sua camicia.
La notizia della morte della povera suor Giuditta si diffuse velocemente per il paese e quella mattina i bambini non vennero portati all'asilo e lo stesso accadde nei due giorni successivi.
Le indagini condotte dal brigadiere procedevano senza esito nonostante l'impegno di tutti, vennero interrogati tutti coloro che per un qualunque motivo avevano visto suor Giuditta nei giorni precedenti la sua morte, ma non si scoprì nulla. Suor Anna disse che ultimamente suor Giuditta si comportava in maniera strana, sembrava impaurita, parlava poco, ma soprattutto nei due giorni precedenti la sua morte, verso le dieci della sera si metteva al centro del cortile e, dopo aver fatto un giro lungo il perimetro, recitava alcune frasi lette da un misterioso libriccino con la copertina rossa che teneva gelosamente nascosto. La prima volta che si comportò in modo così strano risaliva a due giorni prima della sua morte; in quella occasione fu notata da suor Anna che, incuriositasi avvicinò a lei mentre recitava delle frasi incomprensibili. Mentre le si avvicinò si rese conto che non sembrava normale, infatti aveva gli occhi particolarmente brillanti, leggermente arrossati e non si era resa conto della sua presenza, sembrava trovarsi in uno stato di semi incoscienza. Li per li però non ci aveva fatto troppo caso, aveva pensato che stesse pregando e si ripromise di chiedere spiegazioni il giorno successivo, cosa che fece puntualmente.
Quando la mattina dopo chiese se stesse bene e raccontò ciò che era successo la sera prima, suor Giuditta si comportò stranamente e invece di dare spiegazioni si adirò e la rimproverò, le disse che la curiosità e il diavolo erano la stessa cosa e che era dovere delle più giovani non mettere il naso in ciò che non potevano capire perché Lui non voleva. Suor Anna se ne andò umiliata e da quel momento passarono tre giorni prima del sinistro ritrovamento.
Nei tre giorni che seguirono la morte di suor Giuditta l'asilo rimase chiuso e le suore dormirono presso la casa parrocchiale, poi l'asilo venne riaperto.
Andrea era il più grande dei bambini che frequentavano l'asilo, aveva appena compiuto cinque anni ma dimostrava di essere molto più maturo degli altri bambini della sua età, non lo si poteva definire un genio ma già si poteva dire che sarebbe diventato qualcuno se fosse sopravvissuto a quei giorni.
Nei giorni che seguirono le indagini accadde qualcosa di strano, cominciò ad impallidire ed ogni tanto diceva qualche parola senza senso apparente ma nessuno ci fece troppo caso.
Se avessero capito ciò che stava accadendo, gli altri bambini, avrebbero raccontato che da qualche giorno a questa parte Andrea, verso le dieci del mattino quando tutti si trovavano fuori per giocare, faceva un giro completo del cortile, quindi si metteva al centro e traeva dalla tasca un libriccino rosso che prima sfogliava tranquillamente, quasi senza comprendere cosa facesse, poi leggeva alcune frasi apparentemente senza senso e quindi riponeva gelosamente il libriccino nella tasca del suo grembiule. Avrebbero potuto dire anche che durante tutto questo cerimoniale i suoi occhi erano leggermente arrossati.
La mamma cominciò a preoccuparsi quando, un giorno, Andrea prese la Bibbia che si trovava abitualmente sul tavolino della televisione e cominciò a recitarne alcuni versi. Che fosse un bimbo intelligente era risaputo ma da li a leggere ed essere in grado di spiegare la Bibbia c'è una bella differenza.
La madre per poco non ci restò secca quando due giorni dopo aver scoperto che Andrea sapeva leggere, si presentò a casa sua il brigadiere dei carabinieri con una faccia scura che non preannunciava niente di buono.
Il piccolo Andrea fu trovato morto quella mattina, verso le dieci e mezza, nella stessa posizione della suora e come se non bastasse ridotto anch'egli come una orrenda mummia.
Le indagini vennero intensificate, non si trascurò nessuna pista, vennero interrogati gli abitanti di mezzo paese ma senza scoprire nessun elemento utile.
Non volendo rischiare che potessero ripetersi nuovi casi decisero di chiudere l'asilo fino a quando non sarebbe emerso qualcosa.
Poi un giorno, qualche mese dopo i fatti che vi ho narrati, mentre il bibliotecario compiva delle ricerche negli archivi della chiesa, scoprì dei documenti antichi, tra questi vi era una vecchia carta della zona che attirò subito la sua attenzione perché riportava l'esistenza, in tempi passati, di un cimitero che si trovava esattamente dove adesso sorge l'edificio che ospitava l'asilo. Dai documenti rinvenuti sempre presso l'archivio si scoprì che il cimitero venne sconsacrato quando ci si accorse che una donna ritenuta essere una strega vi andò ad abitare e, così dice la leggenda, tutte le notti usciva da una tomba per prendere un essere umano e nutrirsi del suo sangue. La leggenda dice che il prete riuscì a mandare via la strega nascondendo un libriccino rosso, che si dice fosse una versione in lingua ebraica della Bibbia, vicino al luogo in cui viveva. La presenza di questa Bibbia impediva alla strega di uscire dalla sua tomba che poi col tempo venne coperta dalla terra.
Tutto ciò divenne leggenda e dopo tanti anni venne dimenticata fino a quando il caso volle che suor Giuditta, urtando con la zappa un orcio in terracotta mezzo disseppellito, ne trasse un libriccino rosso e incuriosita, ne lesse le prime parole, che tradotte nella nostra lingua suonano più o meno così:
Finché la sacra parola resterà nascosta
nei pressi della tomba del Male
il Demone che é stato qui
e che ora non é più,
resterà confinato nei più profondi
recessi della notte,
dove a nessun uomo é dato di mettere piede.
La forza della sacra parola
terrà il Male lontano da questa Terra.

Il libriccino proseguiva dicendo come fare per rendere innocua la strega se questa un giorno fosse tornata ad infestare la terra, diceva anche che chi ne fosse venuto in possesso, se di animo buono, avrebbe acquisito la sapienza e le capacità di chi l'aveva scritto così da poter capire che bisognava seppellirlo nuovamente dopo avere seguito un certo cerimoniale, quello seguito da suor Giuditta e da Andrea. Purtroppo per loro la strega era stata più veloce ed era riuscita ad ucciderli prima che il cerimoniale fosse portato a termine, bisognava infatti ripeterlo per tre giorni consecutivi perché avesse effetto.
La chiusura del cancello dell'asilo e l'aspersione con acqua santa del suo perimetro, compiuta dal sacerdote del paese per allontanare la presenza di eventuali forze del Male presenti nell'asilo ebbe come effetto quello di impedire alla strega di uscire nelle notti successive, ma questa barriera non sarebbe durata a lungo.
Fortunatamente per tutti il bibliotecario che già aveva contribuito alla soluzione del caso riuscì a trovare una copia di quella Bibbia che già una volta servì per bloccare la strega, questa evidentemente aveva gli stessi poteri dell'altra, perché il solo possederla gli diede quella sapienza e quelle conoscenze che occorrevano per far risprofondare quella creatura di Satana da dove era venuta."
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

L'uomo nero

“Dormi dormi bimbo bello …
dormi bimbo della mamma
che non viene l’uomo nero
dormi bene con la mamma …”

Mi rendevo conto che mentre cantavo mi si chiudevano gli occhi, era la stanchezza, non potevo farci niente …
Eppure non appena stavo zitta e cercavo di alzarmi ecco che Francesco si metteva a sedere sul letto e vedevo i suoi occhietti vispi e luccicanti nel buio della camera da letto.
“ Mamma, continua a cantare, mi piace come canti…”
Le parole mi uscivano di bocca con poca convinzione …
“Dormi dormi bel bambino,
fai da bravo piccolino
c’è la mamma qui con te
non temere mio bebè …”
Più cantavo e più il sonno s’impadroniva di me, un’ombra scura sembrava avvicinarsi …
“..tu non devi aver paura
dormi dormi bel bambino
c’è la mamma qui con te
che ti protegge dall’uomo nero …”
Uomo nero … ecco cosa sembrava quell’ombra, un Uomo Nero …
Un pensiero irrazionale m'invase il cervello e sentivo tutto il mio corpo tremare ed irrigidirsi … ero tutta bagnata di sudore freddo, un freddo mortale e terribile …
Non riuscivo a muovere un dito, cercavo con tutte le mie forze di combattere il terrore sordo che mi pervadeva ma non riuscivo a muovermi di un solo millimetro e più tentavo più m’irrigidivo.
Tremavo e sudavo, sudore freddo come la figura nera che ora mi appariva di fronte in tutta la sua possanza. Era una figura gigantesca e scura vestita di un lungo saio nero con un grande cappuccio e reggeva qualcosa in mano …
Non riuscivo ad aprire gli occhi … o forse erano troppo aperti, sbarrati dal terrore …
Non riuscivo a parlare, tutto il mio spirito urlava ma la voce mi mancava … non capivo cosa mi stava accadendo.
Il mio sguardo era attirato dalla sagoma nera che avevo di fronte … cercavo di mettere a fuoco l’immagine dell’uomo nero spinta dal desiderio irrazionale di capire cosa avesse in mano …
Un libro! Forse era un libro del quale non riuscivo a leggere il titolo …
Mi sentivo chiamare per nome da una voce lontana ma non potevo rispondere, il terrore era troppo …
“..Giusy … Giusy … Giusy …
andiamo, vieni a letto, Francesco si è addormentato, su … sveglia!”
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO